Gemelli rapinatori protetti dallo stesso DNA: non possono essere condannati

Il colpevole della rapina è stato trovato, ma non è provabile che sia davvero lui, nonostante la prova del DNA: il presunto colpevole ha infatti un gemello omozigote, che ha quindi lo stesso DNA e non è possibile stabilire chi dei due sia il reo. Risultato? Innocente fino a prova contraria.

Rapinatori gemelli protetti dallo stesso DNA
Rapinatori gemelli protetti dallo stesso DNA

Arrestato perché sì, a commettere il furto è stato lui, il DNA lo conferma. No, fermi tutti, il tizio si è presentato con un gemello omozigote che ha lo stesso DNA. Lo dobbiamo scarcerare, non siamo certi di chi abbia commesso il furto. E dato che in giurisprudenza italiana esiste una cosa chiamata “In dubio pro reo” la strana e paradossale vicenda dei gemelli Trushi tiene banco in cronaca e sta mandando gli investigatori del Ris ai pazzi. Già perché, oltre ad essere omozigoti e fisicamente identici, i gemelli Edmond ed Eduard Trushi, albanesi dalla condotta non proprio specchiatissima (non si sa chi dei due o se entrambi, visto il contesto), hanno tatuaggi uguali, taglio di capelli uguale e vestono in maniera pressoché identica. Se a questo si aggiunge che il sospetto degli inquirenti, che di fatto è già dato forense, che nel commettere i reati loro ascritti i due (o uno, non si sa chi stracacchio dei due) usano guanti, la frittata è fatta.

La sola cosa infatti che anche nel caso di due gemelli “gemellissimi”, omozigoti cioè possa costituire un elemento di differenza e un discrimine forense, sono le impronte digitali. Quelle sono personali al di là di ogni carambola dei “girini” interessati alla fecondazione di un ovulo nelle sedi che sappiamo. A raccontare la curiosa vicenda un bel pezzo di Repubblica, che prende spunto da un fermo effettuato in Friuli qualche anno fa a carico di Eduard.

Il caso

Il suo DNA viene trovato all’interno di una vettura che, dopo un colpo, era sfuggita ad un inseguimento dei Carabinieri, era stata abbandonata per fratte e lasciata all’occhio attento della Scientifica. Il DNA era stato isolato sul pomello del cambio e sul volante e, dati i pregressi del fermato, era stato comparato in banca dati et voilà, il sospetto non era più tale: c’era un colpevole. La mascella degli inquirenti aveva però cappottato a terra come un ferro da stiro in ghisa quando a presentarsi erano stati in due; identici geneticamente, uguali nel dress code e nei segni distintivi, perfino con la stessa voce e la medesima zazzera impertinente.

Nel dubbio si assolve

Che fare? Nulla più che applicare un principio di diritto: nel dubbio sulla colpevolezza di un tizio, si assolve, si assolve sempre, se un solo elemento oggettivo mina la certezza della maturazione della prova, non si può condannare. Il sospettato perciò a processo non ci era mai andato. La settimana scorsa stessa storia: per una rapina Eduard è finito stavolta in aula: un cappellino con tracce di sudore strappatogli dalla vittima lo inchioda con il DNA ma il giudice Donati lo deve assolvere: non è provabile che sia stato lui invece del gemello e, bilateralmente, non è comprovabile che sia stato il gemello anziché lui. In dubio pro reo e, maledizione, senza un teste con occhi di falco e con le bizzeffe di guanti in lattice che presumibilmente i due avranno comprato, davvero per ora non se ne esce.

Redazione CiSiamo
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