Processo Resit, la sentenza d’appello condanna Cipriano Chianese e assolve tutti gli altri

Il processo d'appello ha confermato la condanna, seppur riducendo la pena, per l'avvocato Cipriano Chianese, ma ha assolto Gaetano Cerci, Giulio Facchi e i fratelli Roma, condannati in primo grado.

Resit atto secondo, condannato con uno sconto di pena di due anni l’avvocato Cipriano Chianese, 18 anni invece dei 20 inflitti in primo grado, indicato come il dominus delle acque reflue avvelenate della discarica nel comune di Giugliano-Parete che diede il nome ad un processo epocale.

La Corte di Appello di Napoli ha decisamente rimescolato le carte rispetto alle sentenze emesse in primo grado dalla V Sezione del Tribunale, condannando il solo avvocato, proprietario ed imprenditore, e mandando assolti tutti i comprimari che il processo numero uno aveva indicato come partecipi della pletora di reati contestati: l’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti in Campania Giulio Facchi (5 anni e sei mesi in primo grado), i fratelli Roma, Elio, Generoso e Raffaele (pene fra 5 e 6 anni) e soprattutto Gaetano Cerci, uomo di punta del clan Bidognetti (16 anni).

Dispositivo questo, figlio di una laboriosa Camera di consiglio, che aveva fatto seguito all’udienza con cui il Procuratore generale, il 24 ottobre 2018, aveva chiesto la conferma di tutte le condanne emesse in primo grado.

Non è stato così e il teorema accusatorio ha pagato pegno ad alcune carenze probatorie emerse in dibattimento, unico luogo dove, dopo la riforma del codice, matura la prova a carico dell’imputato.

Attesissime a questo punto le motivazioni che, da qui ad un centinaio di giorni, faranno luce sul rebus giudiziario di questa sentenza ancipite.

L’importanza del processo Resit

Ma di cosa stiamo parlando? Stabilire la portata del processo conclusosi oggi è difficile, se non si entra nel contesto del malaffare diffuso e, per paradosso, quasi mai dimostrato fino a sentenza, che investe i legami fra imprenditoria, camorra (casalese, nello specifico) e gli invasi di cui la Campania è costellata.

Nulla è più proficuo, in Campania, che usare le vie dell’acque per far scomparire robaccia; i vicini Regi Lagni fecero scuola, a suo tempo. Quello della Resit di Giugliano aveva messo a nudo, in quasi duecento udienze, i presunti rapporti fra le ecomafie e personaggi con esse sodali.

Dal 1985 al 2014: questo l’amplissimo lasso temporale su cui gli investigatori dell’antimafia si erano concentrati per dare corpo a profilazioni penali gravissime, che andavano dall’avvelenamento delle acque all’estorsione, dal riciclaggio alla truffa, dalla violazione dei sigilli al traffico organizzato dei rifiuti fino ad una pioggia di falsi ideologici, tutto sotto cappello dell’articolo 416/bis del Codice, che disciplina l’associazione mafiosa e il vincolo che determina il comparaggio di intenti e responsabilità fra i membri e i sodali.

Giocoforza il processo aveva avuto una natura peritale marcatissima, con i consulenti che avevano duellato sull’elemento chiave: l’avvelenamento delle acque.

Insomma, in quell’invaso erano andati a confluire: gli interessi della camorra a sversare schifezze, quelli della proprietà ad accettare prebende illegali nel consentirlo, quelli dell’autorità regionale d’emergenza e dello stato centrale nel permettere il tutto e quelli dell’imprenditoria e di personaggi minori nel rifinire il meccanismo. Risultato: ecomafia 3, società civile 0.

Ci aveva pensato la magistratura a ribaltare il risultato. Dopo le indagini e l’iter procedurale, la Procura aveva portato a processo 27 persone, di cui 15 condannate e dodici assolte; si era al luglio del 2016.

Il processo di Appello

Il secondo atto si è concluso oggi pomeriggio, ma è un atto che lascia spazio oggettivo ad alcune perplessità fisiologiche a quella percezione del crimine censito che esula dalla pur sacrosanta disciplina della giurisprudenza attiva, la sola che valga. La condanna infatti investe il solo avvocato Chianese, proprietario del sito e in punto di diritto lascia fuori i sodali.

In un contesto associativo, dove ogni azione è vincolata all’altra per configurazione giuridica, sarebbe come condannare il perno che secerne grasso rancido senza toccare gli ingranaggi ad esso collegati (sia chiaro che le sentenze ed il loro contenuto vanno rispettate con sacralità assoluta a prescindere da qualsiasi libertà di emettere giudizi su quei giudicati).

Chianese era stato indicato come il referente unico dello smaltimento dei rifiuti in Campania, o quanto meno come il più funzionale agli interessi del clan, da numerosi pentiti. Dal 1994 in poi era stato tutto un verbalizzare, da parte delle gole profonde “bufalare”. Oggi l’epilogo di un processo che, forse più di tutti, abbisogna del conforto, cognitivo oltre che procedurale, delle motivazioni.

Redazione CiSiamo
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