Lady Huawei arrestata, giudici Usa indagano per spionaggio all’americana T-Mobile

Il colosso cinese avrebbe rubato i segreti di un dispositivo robotico che testa i sistemi operativi degli smart phones.

Usa-Cina scontro
Glu Usa vietano l'acquisto da parte di società di telecomunicazioni di prodotto Huawei e ZTE. Il colosso cinese replica che a rimetterci saranno aziende e consumatori

Giudici federali statunitensi indagano Huawei per spionaggio commerciale e tecnologico. Il colosso cinese avrebbe rubato i segreti di un dispositivo robotico che testa i sistemi operativi degli smart phones. Obiettivo e vittima, la potentissima T Mobile, il global network guidato dal Ceo John Legere, non esattamente un amicone di Trump ma nella circostanza funzionalissimo ai suoi interessi. E’ una vera guerra. Con attacchi, controffensive e mosse strategiche da film di genere. E il Canada era solo una prova generale. La partita a scacchi fra Stati Uniti e Cina, partita politica a livello planetario dai contrafforti economici globalizzanti, mette a segno l’ennesima mossa.

Secondo El Nuevo Herald e, in particolare, il Wall Street Journal, i giudici federali stanno indagando ormai da mesi su alcuni episodi poco chiari che avevano avuto per protagonista un gruppo di dipendenti di Huawei. In quel mazzo di “young guns” della tecnologia rampante, uno in particolare, aveva ammesso di aver spiato un po’ troppo da vicino il dispositivo di T Mobile in questione. La sua versione era stata che voleva apprendere alcuni meccanismi per aiutare il reparto di ricerca della sua azienda; una simpatica metafora, messa così, per ammettere quello che negli Usa non è solo un crimine, ma anche l’archetipo di ogni guerra commerciale dai tempi di Ford che spiava l’ammiragliato britannico per rubare i segreti della catena di montaggio.

L’ultimo sviluppo dà un colpo di bisturi alla veste “araba” della faccenda e rende molto più “chirurgico” il contesto della guerra sino americana sull’hi tech e sulle questioni commerciali. Il teatro molto di ampio respiro dell’Iran a cui Huawei avrebbe concesso accordi in barba all’embargo e che aveva portato all’arresto in Canada della super manager cinese Meng balza di colpo ai margini di una vicenda che è molto più “faccenda fra nazioni”, con la repubblica islamica ed il paese delle giubbe rosse a fare da comprimari.

Solo sei giorni fa le avvisaglie della bufera di queste ore, ancora una volta border line: un altro colletto bianco in forza al colosso cinese era stato arrestato in Polonia. Con lui era finito in manette un ex membro dei servizi segreti polacchi, l’Abw, in odor di corruzione da tempo e riciclatosi nel settore delle comunicazioni. La torta è quella del 5g, in Europa e negli Usa, vale a dire nella metà del mondo che conta, a voler mettere sul contro piatto della bilancia L’Asia e il mondo arabo emireggiante. Mentre in Africa, con spaventosi innesti di denaro che a breve si trasformeranno in crediti esigibili da lacrime e sangue, la Cina sta gettando le basi di un potentato praticamente globale, nel mondo “civilizzato” le sue battaglie il Grande Dragone le deve combattere con metodi più bizantini.

Ad onor del vero l’indagine in corso, relativa nello specifico a fatti che s’intenderebbero commessi a Seattle, ha per ora lo scopo di appurare se vi sia stato o meno spionaggio commerciale, ma il quadro generale della faccenda non lascia adito a dubbi: l’amministrazione Trump e l’esecutivo di Pechino stanno gradualmente ma implacabilmente tirando fuor l’artiglieria pesante.

Redazione CiSiamo
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