Arresto di Cesare Battisti: “Lui con il ’68 non c’entra nulla,” parola di Giampiero Mughini

In una secca intervista rilasciata due giorni fa alla rivista culturale Pangea, il giornalista ha disarticolato quello che ritiene essere un teorema pericolosissimo.

Giampiero Mughini
Giampiero Mughini

Cesare Battisti sta alla mistica del ’68 come un delinquente comune sta alle spedizioni sardite di “Giangi” Feltrinelli buonanima sua. Parola, in pillole, di Giampiero Mughini. In una secca intervista rilasciata due giorni fa alla rivista culturale Pangea, il giornalista ha disarticolato quello che ritiene essere un teorema pericolosissimo. Va smontata ogni chiave di lettura per cui il terrorista arrestato a Ciampino sia a pieno diritto inseribile nel novero di coloro che, negli anni di piombo, vennero mossi da pulsioni “alte”, poi precipitate ai piani bassi della coscienza dopo la scelta di dare alle medesime un calibro, una fondina ed un humus di cieca violenza. Mughini del ’68 è stato guru, ma in senso critico e del tutto scagionato dalla sartoria ideologica che troppo spesso, ancora oggi, imbastisce di panbuonismo tartineggiante ogni scelta, ogni pulsione, ogni respiro di quegli anni.

Lucido ed impietoso, il giornalista ha individuato nelle “porcate assolutorie e neoromantiche” pronunciate a favore di Battisti il vero male, più male del male grezzo che Battisti stesso fece alla società nella sua esistenza di delinquente che vide nell’ideologia un appiglio per agire e non una causa per essere. E Mughini ci vede benissimo quando punta la Francia in merito a questa scuola di pensiero.

Lui in quegli anni c’era, c’era davvero al punto tale da scoprire altarini a paragone dei quali le gesta da bandito di Battisti paiono un salmo conventuale, e le ragioni dei dietrologi ex post lo fanno incazzare. Gli ideali e il Sessantotto e tutto il resto – ha detto – con Cesare Battisti non c’entrano nulla. Era un delinquente di strada che si politicizzò in carcere. Faceva parte di un nugolo di delinquenti che misero a segno quattro omicidi. In almeno due di questi fu lui a premere il grilletto. Negli altri due, non è detto che c’entri, e anche se la condanna glieli imputa tutti e quattro. La Francia è divenuta tana prediletta dei terroristi rossi italiani perché visti da Parigi alcuni processi e alcune condanne non apparivano talmente convincenti, ed era vero. Valga per tutti il caso di Franco Piperno che io ho ospitato latitante in quei mesi e prima che lui fuggisse a Parigi. Le accuse contro Franco non stavano in piedi e difatti sarebbe stato assolto con formula piena. A Parigi vive ancora indisturbato quello che figura (e che è stato senz’altro) come l’organizzatore principe del delitto Calabresi. Nessuno fa mai il suo nome. In Svizzera vive tranquillo uno che quanto ad atti di sangue regge ottimamente il confronto con Battisti, uno che viene da una famiglia altoborghese che lo ha aiutato e protetto al meglio. In Sudamerica c’è un bel mucchio di mascalzoni di primo e secondo piano e che vivono protetti dai cialtroneschi governi ‘di sinistra’ alla maniera sudamericana.

Le porcate assolutorie e neoromantiche scritte e pronunciate in Francia a favore di Battisti sono ripugnanti. Passi per un’attrice come Fanny Ardant, che palesemente non sa di che cosa sta parlando, la quale ha definito “i brigatisti rossi italiani” degli idealisti. Ma che tra gli adepti dell’innocenza di Battisti ci siano personaggi come Henry-Bernard Lévy e Daniel Pennac lascia di stucco. Non sanno niente di niente di quel che è stato il terrorismo rosso, gli agguati alle spalle in quattro contro uno, in Italia. Ma anche in Italia non scherzano quanto a ignoranza dei fatti, e non solo fra chi non legge mai un libro o un giornale. Per avere scritto un libro in cui scrivevo di essere convintissimo che Luigi Calabresi fosse stato ucciso da un commando di Lotta continua, sono stato bersagliato di insulti (e anche querele) e mai una volta sono stato invitato a presentare quel libro. Mai”.

E quando uno che c’era dice le cose che ha detto Mughini a Pangea, forse è il caso di chiederselo una volta per tutte, se alla costruzione di un mito debba partecipare anche l’idiozia di chi non sa che anche i miti negativi sono figli di una convinta, per quanto atroce, scelta di campo. Battisti ha solo scelto di usare la storia che stava vivendo, altro che cambiarla.

Redazione CiSiamo
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