Clan Casalesi, pentiti accusano i figli del martire di camorra Diana

Nicola ed Antonio Diana sono stati ammanettati all'alba di oggi ad opera della Squadra Mobile di Caserta e dietro input della Dda di Napoli. Li incastrano le dichiarazioni di un folto gruppo di pentiti.

Antonio Diana
Antonio Diana

Arrestati i figli dell’uomo simbolo della ribellione contro la camorra dei Casalesi. Dietro la facciata del loro impero si nasconderebbero interessi giganteschi riconducibili ai “malommi” del super boss Michele Zagaria. Nicola ed Antonio Diana sono stati ammanettati all’alba di oggi ad opera della Squadra Mobile di Caserta e dietro input della Dda di Napoli. Li incastrano le dichiarazioni di un folto gruppo di pentiti che in queste settimane stanno letteralmente terremotando gli ambienti criminali dei clan gregari della camorra casalese.

Le dichiarazioni di queste gole profonde hanno portato in questi ultimi giorni a numerosi arresti sui diversi fronti della lotta ad un crimine diversificato in tanti rivoli quanto sono i sottoclan che a quei rivoli si abbeverano. Il settore nevralgico dei fratelli Diana, pulito e con pulsioni da militanza anticamorra per molti, sporchissimo ed inquinato da collusioni oggettive per gli inquirenti, è manco a dirlo quello dei rifiuti.

La società Erreplast di Gricignano di Aversa è l’epicentro della diatriba, per metà etica, per metà procedurale penale. La linea degli inquirenti è quella per cui i due imprenditori e lo zio Armando avrebbero in più occasioni cambiato assegni “che scottavano” ad uomini del clan e versato loro somme di denaro. Tutto questo secondo un patto cementato dal fatto che il boss Zagaria e gli indagati sono originari dello stesso paese, Casapesenna, ed avrebbero maturato già in passato occasioni per rinvigorire questo comparaggio geografico, traducendolo in comuni obiettivi illegali.

In una logica bifronte della vicenda, i fratelli Diana si erano peritati di creare una fondazione anticamorra, di ricevere premi per “Ambientalista dell’anno”, di entrare nel gotha di Confcommercio e Confindustria provinciali, di assumere il figlio di Domenico Noviello, altro imprenditore di schiena drittissima ammazzato dalle paranze di Peppe Setola nel 2008. Insomma, una doppia vita che da un lato farebbe il paio con torbidi interessi, dall’altro era eticamente ammanigliata alla figura del padre dei due imprenditori, ucciso anch’egli dalla camorra.

Mario Diana venne ammazzato vicino al Bar Oreste di Casapesenna nel 1985. Si era ribellato al pizzo impostogli dai Casalesi e due colpi di fucile semiautomatico calibro dodici fecero spezzatino del suo fiero diniego a fare affari con i malommi e del suo corpo. Dario De Simone, Antonio Iovine e Giuseppe Quadrano, quest’ultimo accusatosi dell’omicidio di un altro Diana, don Giuseppe, parroco di Casal de Principe, formavano la paranza che stroncò quella vita.

Oggi sono tutti pentiti e collaborano con vigore con la magistratura ma allora erano bestie che stroncavano vite in maniera negligentemente seriale. Ai due imprenditori il Gip ha concesso gli arresti domiciliari. Nelle ore di un procedimento ancora agli esordi, la sola ipotesi che il sangue di un padre non sia stato scudo sufficiente per esecrare, nell’intimo ancor prima che in etica sociale, le dinamiche della camorra, è agghiacciante.

Redazione CiSiamo
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